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QUANDO LA REVOCAZIONE È INAMMISSIBILE
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QUANDO LA REVOCAZIONE È INAMMISSIBILE

QUANDO LA REVOCAZIONE È INAMMISSIBILE

Pubblicato il 21/06/2019

N. 04257/2019REG.PROV.COLL.

N. 07727/2018 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

Sul ricorso numero di registro generale 7727 del 2018, proposto dai signori Carlo Augusto Francesco Ceffa, Stefano Raffaelli, Adelaide Cermenati ed Alessandro Bandito, rappresentati e difesi dagli avvocati Mattia Crucioli e Luciano Gallo, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Luciano Gallo in Roma, piazza Buenos Aires, n. 5.

contro

Il Condominio Hermite, in persona del legale rappresentante pro tempore, ed i signori Maria Teresa Fadin, Giancarlo Ciceri ed Alessandra Albertini, rappresentati e difesi dall’avvocato Stefano Soncini, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia.
La signora Carla Stradella, non costituita in giudizio.

nei confronti

Il Comune di La Thuile, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’avvocato Gianni Maria Saracco, con domicilio eletto presso il suo studio in Torino, Corso Re Umberto, n. 65.
La Regione Autonoma Valle d’Aosta, in persona del Presidente pro tempore, non costituito in giudizio.

per la revocazione, ex art. 395, n. 4, c.p.c., della sentenza del Consiglio di Stato, Sezione IV, n. 2397 del 20 aprile 2018.

 

Visti il ricorso per revocazione i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Condominio Hermite, dei signori Maria Teresa Fadin, Giancarlo Ciceri ed Alessandra Albertini, e del Comune di La Thuile;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore, nell’udienza pubblica del giorno 21 febbraio 2019, il consigliere Daniela Di Carlo e uditi per le parti gli avvocati Luciano Gallo, Stefano Soncini e Laura Formentin (quest’ultima su delega dichiarata dell’avvocato Gianni Maria Saracco);

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

1. I signori Stefano Raffaelli, Alessandro Bandito, Adelaide Cermenati e Carlo Augusto Francesco Ceffa chiedono la revocazione della sentenza del Consiglio di Stato, Sezione IV, n. 2397 del 20 aprile 2018, che ha accolto (in parte) l’appello n. 6450/2011 proposto dal Condominio Hermite e dai signori Carla Stradella, Maria Teresa Fadin, Giancarlo Ciceri e Alessandra Albertini avverso la sentenza (non definitiva) del Tar per la Valle d’Aosta, n. 24 del 16 marzo 2011, che aveva respinto il loro ricorso (n. 60/2010) per l’annullamento della concessione edilizia n. 15/2010 del 20 luglio 2010, rilasciata dal Comune di La Thuile in favore dei signori Stefano Raffaelli, Alessandro Bandito, Adelaide Cermenati e Carlo Augusto Francesco Ceffa, per la costruzione di tre fabbricati destinati a civile abitazione.

2. Il Consiglio di Stato ha parzialmente riformato la sentenza di primo ed ha confermato la statuizione del TAR di annullamento della concessione edilizia n. 15 del 20 luglio 2010, compensando tra le parti le spese del doppio grado del giudizio, in accoglimento del terzo, del quarto e del sesto motivo di gravame.

2.1. Con il terzo e il quarto motivo, gli appellanti avevano censurato l’illegittimità del rilascio del titolo abilitativo ai vicini, malgrado l’assenza, a loro dire, delle opere di urbanizzazione primaria, alle quali è subordinato, dalla normativa comunale, il rilascio medesimo. In particolare, gli interessati avevano evidenziato l’impossibilità, per i controinteressati, di accedere tramite una strada carrabile ai tre fabbricati, nonché la mancanza, da parte dei medesimi, della legittimazione ex sé ad ottenere il titolo edilizio, avendo inserito -nella richiesta edilizia- l’utilizzo di un’area di proprietà di terzi, sulla quale gli stessi non vantavano alcun diritto, né di proprietà, né di servitù di passaggio.

2.2. Con il sesto motivo, invece, gli appellanti avevano censurato l’illegittimità del titolo edilizio, a causa della mancanza del piano urbanistico di dettaglio (cd. p.u.d.), la cui adozione sarebbe stata obbligatoria in ragione delle previsioni di cui agli artt. 2.3.0., 3.1.4., lett. b), punto 1 e 6.2.0. delle N.T.A. del P.R.G..

3. I ricorrenti sostengono che il Consiglio di Stato, nell’accogliere tali motivi, sarebbe incorso in tre errori di fatto revocatori, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 106 del cod. proc. amm. e 395, n. 4 del c.p.c..

I) “Errore di fatto relativo al preteso passaggio in giudicato della sentenza Corte d’Appello di Torino, II sez n. 1270/16 e conseguentemente errore di fatto relativo all’avvenuto accertamento dell’insussistenza del titolo per la costituzione di servitù a carico del Condominio Hermite. Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 39 e 79 C.p.a. Errore di fatto relativo alla carenza istruttoria. Infondatezza dei motivi 3 e 4 del ricorso n. 60/2010 Tar Valle D’Aosta riproposti nell’appello n. 6450/2011 Consiglio di Stato”.

I ricorrenti deducono che il Consiglio di Stato avrebbe deciso diversamente, se si fosse avveduto che:

1) in loco esiste una strada che consente ai medesimi deducenti di accedere ai terreni di rispettiva proprietà;

2) la sentenza della Corte di Appello di Torino, Sezione II, n. 1270/16 (che aveva escluso il diritto degli stessi deducenti ad ottenere la costituzione della servitù coattiva a carico del fondo di proprietà del Condominio Hermite) non era ancora passata in cosa giudicata, al momento della discussione dell’appello;

3) il Comune non aveva omesso alcun approfondimento istruttorio nel definire la pratica edilizia in senso favorevole agli odierni deducenti, in quanto aveva chiesto un parere pro veritate per rispondere alle criticità prospettate dal Condominio e dagli altri controinteressati.

Essi sostengono, in particolare, che il Consiglio di Stato si sarebbe reso conto, in primo luogo, dell’esistenza del presupposto legittimante per il rilascio del titolo abilitativo in proprio favore (ovverossia, dell’esistenza della strada di accesso ai fondi dei deducenti); in secondo luogo, se avesse nutrito ancora dubbi sull’esistenza materiale di tale strada, avrebbe sospeso il proprio giudizio per attendere l’esito del ricorso per cassazione proposto avverso la sentenza n. 1270/2016 della Corte di Appello di Torino, il quale giudizio, in tesi, si sarebbe potuto concludere con il riconoscimento del diritto dei deducenti ad ottenere la costituzione del diritto di servitù di passo; in terzo luogo, avrebbe escluso ogni ipotesi di mancanza istruttoria, reputando che il potere amministrativo sarebbe stato legittimamente esercitato.

II) “Errore di fatto relativo al preteso passaggio in giudicato della sentenza Corte d’Appello di Torino, II sez. n. 1270/16 e conseguentemente errore di fatto relativo all’avvenuto accertamento dell’insussistenza del titolo per la costituzione di servitù a carico del Condominio Hermite. Errore di fatto relativo alla carenza istruttoria. Infondatezza del motivo n. 6 del ricorso n. 60/2010 Tar Valle d’Aosta riproposto nell’appello n. 6450/2011 Consiglio di Stato”.

I ricorrenti sostengono che gli errori di fatto dedotti al precedente motivo di ricorso hanno determinato l’illegittimo accoglimento (anche) del sesto motivo di appello, incentrato sull’illegittimità del titolo edilizio perché rilasciato in assenza del piano urbanistico di dettaglio.

I ricorrenti deducono che il Consiglio di Stato avrebbe certamente escluso la necessità dello strumento attuativo, qualora si fosse avveduto che esisteva l’accesso materiale alle villette dei deducenti; che era possibile costituire la servitù di passaggio a favore dei fondi su cui dovevano essere edificate le villette medesime; e che l’istruttoria non era stata affatto carente nella parte relativa all’individuazione della posizione legittimante per il rilascio del titolo abilitativo,.

III) “Errore di fatto relativo all’erronea percezione materiale del paragrafo 7 del controricorso depositato nel giudizio rgr n. 60/2010 del Tar della Valle d’Aosta e conseguentemente omessa pronuncia sull’eccezione di inammissibilità e/o improcedibilità nonché sulle pertinenti norme nello stesso richiamate. Infondatezza e/o inammissibilità del motivo n. 6 del ricorso n. 60/2010 Tar Valle riproposto nell’appello n. 6450/2011 Consiglio di Stato”.

I ricorrenti sostengono che il Consiglio di Stato, per errore dovuto ad una mera svista materiale, non avrebbe preso in considerazione l’eccezione di inammissibilità e di improcedibilità relativa alla mancata impugnazione –con il ricorso di primo grado– delle norme di piano che, per la zona C2, consentono l’attuazione del piano stesso a mezzo “costruzione singola” e non “piano urbanistico di dettaglio”.

Inoltre, sempre per errore materiale, la sentenza impugnata non avrebbe considerato la tabella contenente le zone nelle quali gli interventi devono essere realizzati previo PUD, che non indica la zona interessata dall’odierna controversia.

Infine, il Consiglio di Stato non avrebbe preso in considerazione le disposizioni di piano applicabili al caso di specie, ovverossia:

– l’art. 5.2.0 delle NTA, che prevede che nella zona C ci siano “sottozone di completamento già parzialmente edificate e dotate di opere di urbanizzazione primaria in cui si opererà per costruzioni singole”;

– l’art. 6.2.0 delle NTA, che chiarisce che l’edificazione residenziale è ammessa “con concessione singola se non sono richiesti i PUD obbligatori …” e che “sono esclusi dall’obbligo del PUD preventivo gli interventi previsti nei casi particolari a-b-c-d dell’art. 3.1.6”;

– l’art. 3.1.6, lett. A), che, in combinato disposto con l’art. 6.2.0, esclude l’obbligo di PUD “quando le concessioni riguardano fabbricati o unità immobiliari dimensionati in base alle esigenze abitative della famiglia del richiedente residente nel Comune o che presti la propria opera principale nel Comune e per il quale la realizzazione dell’abitazione sia in funzione dell’ottenimento della residenza: in questi casi deve essere stipulata una convenzione fra il richiedente ed il Comune con l’impegno, a tempo determinato, per il richiedente e successori o aventi causa, di alienare o di locare dette abitazioni soltanto a soggetti aventi i requisiti in base ai quali è stata rilasciata la concessione edificatoria”.

4. Si sono costituiti in giudizio il Condominio Hermite e i signori Giancarlo Ciceri, Alessandra Albertini e Maria Teresa Fadin, per resistere all’impugnazione.

5. Si è costituito, altresì, il Comune di La Thuile, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso per revocazione.

6. Le parti hanno ulteriormente insistito sulle rispettive tesi difensive, mediante il deposito di documenti, di memorie integrative e di replica.

7. All’udienza pubblica del 21 febbraio 2019, la causa è stata discussa dalle parti ed è stata trattenuta dal Collegio per la decisione.

8. Ritiene il Collegio che il ricorso per revocazione è inammissibile.

9. Il primo motivo di revocazione censura l’errore in cui sarebbe incorso il Consiglio di Stato, nell’accogliere il terzo e il quarto motivo di appello.

9.1. Il motivo è inammissibile.

9.2. La Sezione ritiene decisive, nel senso dell’inammissibilità del motivo, le seguenti considerazioni:

a) il Consiglio di Stato ha esaminato (congiuntamente) il terzo e il quarto motivo di appello, con i quali il Condominio e gli altri soggetti controinteressati avevano censurato l’illegittimità del rilascio del permesso di costruire ai controinteressati, in considerazione 1) dell’assenza delle opere di urbanizzazione primaria (tra cui figurava, in particolare, l’impossibilità per i controinteressati medesimi di accedere tramite una strada carrabile ai tre fabbricati di rispettiva proprietà; 2) della mancanza, da parte loro, della legittimazione ad ottenere il titolo edilizio, avendo inserito, nella richiesta edilizia, l’utilizzo di un’area di proprietà di terzi, sulla quale gli stessi non risultavano titolari di alcun diritto, né di proprietà, né di servitù di passaggio; 3) della carenza istruttoria in cui era incorsa l’Amministrazione comunale nel definire la pratica edilizia in senso favorevole agli istanti;

b) il Consiglio di Stato ha accolto tali motivi, non sul presupposto –come prospettano i ricorrenti- dell’inesistenza materiale della strada di accesso, bensì in considerazione 1) della ritenuta (in punto di diritto) assenza delle opere di urbanizzazione primaria, alle quali viene subordinato, dalla normativa comunale, il rilascio del permesso di costruire; 2) della ritenuta (ancora in punto di diritto) inesistenza di un legittimo titolo, in capo ai deducenti, per accedere e per percorrere la strada esistente, quale condizione legittimante per ottenere il rilascio del titolo edilizio; 3) della carenza istruttoria in cui è incorsa l’Amministrazione comunale, la quale, a fronte alle osservazioni sollevate dal Condominio e dagli altri controinteressati, avrebbe dovuto articolare diversamente il procedimento ed approfondire adeguatamente la situazione proprietaria afferente alle aree in contestazione, anziché definire velocemente la pratica edilizia, in senso favorevole agli istanti;

c) rispetto al percorso logico-giuridico seguito dal Consiglio di Stato, non sussiste alcuna svista materiale, né una errata percezione dei fatti materiali dedotti in giudizio, qualificabili come errori di fatto revocatori, ma soltanto una complessa attività di qualificazione e di interpretazione dei fatti medesimi, ex lege sottratta al sindacato esercitabile dal giudice della revocazione;

d) al punto 11.2. della parte motiva della sentenza, la sentenza impugnata ha evidenziato le ragioni per le quali ha ritenuto assenti, nel caso di specie, le opere di urbanizzazione primaria consistenti nella viabilità di accesso alle abitazioni. In particolare, la sentenza ha condiviso le argomentazioni contenute nella sentenza della Corte d’Appello di Torino n. 1270/16, con la quale è stato accertato che non sussiste il titolo per la costituzione di un diritto reale di servitù di passaggio a carico del Condominio Hermite ed in favore dei controinteressati, ed ha aggiunto che, nella medesima pronuncia, è stata anche statuita l’inesistenza dell’asserita servitù agricola di passo che i controinteressati avevano allegato di avere usucapito, e sulla quale il Comune ha fondato il rilascio del titolo edilizio impugnato;

e) in nessuna parte di siffatta ratio decidendi, il Consiglio di Stato ha affermato di prendere atto del decisum contenuto nella menzionata sentenza della Corte d’Appello di Torino n. 1270/16, perché passata in cosa giudicata. Al contrario, la sentenza, nell’ultimo periodo del richiamato punto 11.2., ha esposto di condividere e di fare “propri, anche in considerazione della assenza di allegazioni e deduzioni di segno contrario, gli accertamenti effettuati dalla menzionata sentenza e le argomentazioni spese a sostegno del relativo dictum”;

f) non sussiste alcun nesso di presupposizione logico-giuridica, idonea a rappresentare un’ipotesi di sospensione necessaria del giudizio d’appello, tra la materia devoluta alla cognizione del giudice civile (riconoscimento del diritto di servitù) e quella devoluta al giudice amministrativo (legittimo rilascio del titolo edilizio);

g) non è rilevante, né decisivo, ai fini della decisione della lite amministrativa, che la pronuncia del giudice civile sia (o meno) passata in cosa giudicata al tempo della decisione dell’appello, giacché, anche nell’ipotesi della cassazione della pronuncia resa dalla Corte di Appello, l’accertamento giurisdizionale non potrebbe comunque sortire effetti sull’atto impugnato (il permesso di costruire), la cui legittimità continuerebbe ad essere valutata alla stregua delle norme e della situazione di fatto esistente al momento della sua emanazione;

h) il Consiglio di Stato ha ritenuto illegittimo il rilascio del titolo abilitativo, anche per una diversa e ulteriore ragione, autonoma rispetto alle deduzioni concernenti l’aspetto dell’urbanizzazione primaria. La sentenza impugnata ha rilevato che l’Amministrazione si sarebbe dovuta arrestare, e non avrebbe potuto autorizzare l’intervento, non appena venuta a conoscenza di contestazioni sulla sussistenza del diritto del richiedente il titolo abilitativo.

L’argomentazione dei ricorrenti, secondo cui il giudice sarebbe pervenuto a diverso esito se avesse avuto contezza del parere pro veritate richiesto dal Comune, non può essere condivisa: la Sezione ha rilevato l’illegittimità dell’atto amministrativo sulla base dell’interpretazione delle disposizioni vigenti in materia edilizia (che impediscono, di fronte a contestazioni serie e non agevolmente superabili, l’accertamento delle rispettive posizioni di interesse, prima di rilasciare i titoli, che comunque restano validi ed efficaci “fatti salvi i diritti dei terzi”), e non in ragione della richiesta di parere;

i) il diritto di passaggio, nel ragionamento logico-giuridico seguito dalla Sezione, ha rilevato non come accesso privato assistito dalla servitù, ma come opera di urbanizzazione primaria nell’interesse della viabilità pubblica in generale. Pertanto, anche qualora l’accertamento del giudice civile avesse inconfutabilmente affermato la sussistenza del diritto di passo, comunque, nella sede amministrativa, si sarebbe dovuta valutare la consistenza del diritto sul bene, quale opera di urbanizzazione primaria.

10. Il secondo motivo censura gli errori di fatto dedotti al precedente motivo di ricorso, reputando che i medesimi abbiano determinato, altresì, l’illegittimo accoglimento (anche) del sesto motivo di appello, incentrato sull’illegittimità del titolo edilizio, perché rilasciato in assenza del piano urbanistico di dettaglio.

10.1. Il motivo è inammissibile.

10.2. I ricorrenti non spiegano il nesso di inferenza logico-giuridica per il quale essi affermano che il Consiglio di Stato avrebbe escluso la necessità dello strumento attuativo, qualora si fosse avveduto che esisteva l’accesso materiale alle villette dei deducenti; che era possibile costituire la servitù di passaggio a favore dei fondi su cui dovevano essere edificate le villette medesime; e che l’istruttoria non era stata affatto carente nella parte relativa all’individuazione della posizione legittimante per il rilascio del titolo abilitativo.

10.3. Il motivo, in realtà, dietro lo schermo apparente degli errori di fatto dedotti col primo motivo di ricorso (e di cui, al punto 10 che precede, la Sezione ha comunque escluso la rilevanza quali errori di fatto revocatori) mira ad instaurare un nuovo (terzo) grado di giudizio di merito in ordine alla dedotta violazione (a loro dire, insussistente) degli art. 6, 12 e 22 del regolamento edilizio e 3.1.4, lett. B., delle NTA, nonché l’eccesso di potere per travisamento dei fatti e la carenza dei presupposti.

10.4. L’ammissibilità di siffatto giudizio va esclusa.

10.5. Dalla sentenza impugnata, si evince che il Consiglio di Stato ha affermato la doverosità dell’emanazione del piano attuativo, in base alla lettura e all’interpretazione delle menzionate norme della pianificazione generale (v. il punto 13 della parte motiva), sviluppando un proprio percorso logico, giuridico e argomentativo sulla nozione giuridica di “area urbanizzata”, che si sottrae, in quanto tale, al limitato sindacato tipico di questo giudizio.

11. Il terzo motivo di revocazione si incentra sull’asserita mancata considerazione, da parte della sentenza impugnata, dell’eccezione di inammissibilità e di improcedibilità relativa alla mancata impugnazione –con il ricorso di primo grado– delle norme di piano che, per la zona C2, dispongono l’attuazione del piano stesso a mezzo “costruzione singola” e non “piano urbanistico di dettaglio”; della tabella contenente le zone nelle quali gli interventi devono essere realizzati previo PUD, che non contempla la zona interessata dall’odierna controversia; delle singole norme di piano pertinenti al caso di specie.

11.1. Il motivo è, anch’esso, inammissibile.

11.2. L’eccezione di rito è stata svolta dagli odierni deducenti (originari controinteressati, nel giudizio di primo e di secondo grado) nel paragrafo 7 del controricorso e memoria difensiva, depositato nel giudizio di primo grado (rgr n. 60/2010, dinanzi al Tar della Valle d’Aosta).

11.3. L’eccezione non è stata esaminata dal giudice di primo grado, il quale ha ritenuto di poterla assorbire, ravvisando l’infondatezza del ricorso nel merito.

11.4. In conseguenza dell’impugnazione di tale capo di sentenza da parte del Condominio e degli altri ricorrenti in primo grado, gravava sui controinteressati l’onere, ai sensi dell’art. 101, comma 2, del cod. proc. amm., di riproporre espressamente l’eccezione nel grado di appello (“Si intendono rinunciate le domande e le eccezioni dichiarate assorbite o non esaminate nella sentenza di primo grado, che non siano state espressamente riproposte nell’atto di appello o, per le parti diverse dall’appellante, con memoria depositata a pena di decadenza entro il termine per la costituzione in giudizio”).

11.5. La mancata riproposizione dell’eccezione (nel giudizio di appello, sia il Comune che i controinteressati non si sono costituiti) rende il motivo di revocazione inammissibile.

11.6. Né la Sezione può condividere la tesi, prospettata in ultimo dai ricorrenti, secondo cui l’eccezione sarebbe comunque rilevabile d’ufficio.

11.7. Al giudice compete la verifica d’ufficio in ordine alla sussistenza dei presupposti e delle condizioni processuali per l’esercizio dell’azione (legittimazione, interesse, possibilità giuridica), ma tale verifica non può ritenersi estesa all’utilità che la parte o la controparte processuale potrebbero (o meno) ritrarre dall’atto impugnato o da quello ad esso presupposto.

11.8. Se ciò il giudice facesse, si determinerebbe, per un verso, un’invasione del sindacato giurisdizionale nella sfera personale delle parti private; e, per un altro verso, si violerebbe il principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, con conseguente vizio di ultrapetizione.

11.9. Tale è il caso de quo, ove l’eccezione di inammissibilità e di improcedibilità del ricorso, formulata dai controinteressati soltanto nel primo grado del giudizio, mirava ad impedire, in punto di rito, lo scrutinio del ricorso, in considerazione di specifiche doglianze di merito, concernenti l’interpretazione delle norme di piano medesime, nella parte in cui –a dire dei controinteressati- avrebbero prescritto l’attuazione del piano a mezzo di “costruzione singola”, anziché di “piano urbanistico di dettaglio”, e avrebbero escluso la necessità del PUD nella fattispecie all’esame.

12. In conclusione, per le considerazioni che precedono, la domanda di revocazione va dichiarata inammissibile.

13. Le spese di lite del presente giudizio, nel rapporto tra i ricorrenti e il Condominio e gli altri resistenti, sono liquidate come in dispositivo secondo la regola della soccombenza, tenuto conto dei parametri di cui al regolamento n. 55 del 2014 e s.m.i..

14. Le spese di lite tra i ricorrenti e il Comune sono compensate, in ragione della omogeneità della posizione processuale ricoperta dal Comune nella causa, cointeressato all’accoglimento del ricorso per revocazione.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quarta, definitivamente pronunciando sul ricorso per revocazione n. 7727/2018,

1) lo dichiara inammissibile;

2) condanna i ricorrenti, in solido tra di loro, alla refusione delle spese di lite in favore del Condominio e degli altri resistenti costituiti, nella misura di complessivi euro 4.500,00 oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A. se dovuti, come per legge;

3) compensa le spese di lite tra i ricorrenti e il Comune;

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, nel palazzo di piazza Capo di Ferro, nella camera di consiglio del giorno 21 febbraio 2019, con l’intervento dei magistrati:

Luigi Maruotti, Presidente

Oberdan Forlenza, Consigliere

Daniela Di Carlo, Consigliere, Estensore

Roberto Caponigro, Consigliere

Giuseppa Carluccio, Consigliere

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE
Daniela Di Carlo Luigi Maruotti

IL SEGRETARIO